Alzi la mano chi di Voi ha sentito parlare di Domon Ken! Almeno sentito nominare? Almeno visto una sua foto senza sapere che lui fosse l’autore??? Nessuno??? Beh… Confesso che anche io fino alla scorsa settimana non sapevo di lui assolutamente nulla.

A Roma invece, da qualche giorno si vedoxno le sue foto nelle locandine che pubblicizzano una sua mostra all’Ara Pacis. Una mostra da vedere entro il 28 agosto, c’è ancora tanto tempo, ma visto il periodo vacanziero non tutti riusciranno ad organizzarsi per vederla, e allora ho deciso di parlarvene io così se non siete di Roma potete comunque imparare qualcosa di nuovo…

Domon Ken è il Maestro del Realismo fotografico giapponese. Detto in altri termini è padre storico giapponese per il Reportage e la Street Photography e ha un intero museo a lui dedicato nella sua città natale, Sakata, in riva ad un lago che contiene tutto il suo archivio. E poi, se leggi qui sotto tutta la sua storia, ti accorgerai che è stato un vero EROE dell’arte fotografica per come l’ha affrontata, portata avanti e approfondita ogni giorno della sua vita.

Ma perché interessarci a Domon Ken se in Italia non lo conosce praticamente nessuno? Perché è bravo, perché la sua mostra all’Ara Pacis è davvero bella e ripercorre mezzo secolo di storia del ‘900 giapponese.

"Bambini che fanno roteare gli ombrelli", 1937 circa, dalla serie "Bambini (Kodomotachi)" Ogōchimura 535 x 748 mm. (Ken Domon Museum of Photography)

“Bambini che fanno roteare gli ombrelli”, 1937 circa, dalla serie “Bambini (Kodomotachi)”
Ogōchimura
535 x 748 mm.
(Ken Domon Museum of Photography)

Fondamentale per capire l’importanza di questo personaggio è leggere la tabella che c’è proprio all’entrata con la cronistoria della sua vita. Questa ci fa capire anche moltissimo del suo carattere. Nasce nel 1909 e inizia la sua carriera artistica con la pittura, avrà 7 figli, ma la cosa sconvolgente sono le 3 emorragie celebrali che lo porteranno a delle battute di arresto dalle quali è uscito sempre più malconcio, ma mantenendo sempre la sua voglia di fotografare e osservare come sia cambiato il suo modo di lavorare in seguito alla malattia che lo ha messo su una sedia a rotelle. Leggi sotto come è andata, perché è davvero interessante…

Domon Ken Roma Ara pacis soldati

Gli esordi furono con la fotografia istituzionale: foto di personaggi potenti del mondo della politica giapponese, per lui ritratti di famiglia e rasserenanti immagini di regime che ritraevano la prosperità del Paese alla vigilia della seconda guerra mondiale, la bellezza delle infermiere della Croce Rossa e le esercitazioni di queste e dei soldati con corpi scultorei che in massa si preparavano ordinatamente ai combattimenti, le strade affollate per lo shopping, i mezzi pubblici funzionanti. I punti di vista che enfatizzano le geometrie, le moltitudini delle masse, l’ordine dei pattern e l’abbondanza di figuranti ricordano molto da vicino l’opera di Leni Riefenstahl, la Fotografa del Nazismo che raccontava quello che nello stesso periodo voleva esprimere la Germania. Colleghi di stile, immagini uguali, due Paesi in guerra tra loro. Questo aspetto fa un po’ riflettere….

Domon Ken Roma 1

Alla vigilia della guerra Domon Ken si staccò pian piano da quel tipo di immagini patinate che non raccontavano la verità reale che lui aveva davanti al suo obiettivo e decise di allontanarsi da questo genere per avvicinarsi al reportage, ricevendo i primi arresti da parte di chi fino a quel momento si era servito di lui. Ma questo è normale che accada, non è giusto, ma normale. Iniziò in questo modo il suo Realismo fotografico, quello che come dicevo all’inizio noi oggi chiamiamo Reportage. E fu così che Domon Ken iniziò una vera e propria rivoluzione stilistica cambiando radicalmente il suo punto di vista e concentrandosi sui poveri, sugli ultimi, invece che sul regime e i suoi splendori. A questo periodo appartengono le immagini dei pescatori e delle pescatrici, quelle dei saltimbanchi e quelle degli antichi mestieri.

"Hitsuji (Pecora), dai dodici guardiani (jūnishinshō) del Murōji", 1941 - 1943 Murōji, Nara 535 x 748 mm. (Ken Domon Museum of Photography)

Iniziò così a cambiare stile approdando ad un genere di fotografia più tecnica, più riflessiva, passò dal pratico formato Leica 35 mm al Banco Ottico che richiedeva ovviamente tempi di allestimento set decisamente più lunghi, attrezzature più ingombranti, l’uso del cavalletto e tempi di scatto lunghissimi che richiedevano una non semplice complicità e partecipazione da parte dei suoi soggetti. Infatti fu questo il periodo in cui iniziò a fotografare il Bunraku, ossia il Teatro delle Marionette. I risultati sono delle immagini di altissima qualità ottenute in luce ambiente praticamente prossima allo zero ma che riportano l’occhio di noi osservatori contemporanei a notare il senso estetico modernissimo che aveva Domon Ken già 80 anni fa….

Sempre parlando di Realismo Fotografico, possiamo fare un altro parallelo di sicuro con il nostro cinema del Neorealismo che ci riporta a quegli stessi anni in cui evidentemente in tutto il mondo c’era bisogno di dire altro, di esprimere e raccontare la gente comune, quello che succedeva nelle strade, fu un po’ da questo che nacque la Street Photography. Domon Ken iniziò a raccontare la strada, lo fece in particolare modo concentrandosi sui bambini, sulle loro abitudini, i loro giochi, i loro sorrisi e la loro vita libera e fondamentalmente felice con poco. La guerra era già arrivata, ma le sue immagini raccontavano, con grande eleganza e discrezione tipicamente orientale i volti di chi nonostante tutto ha ancora una speranza.

Domon Ken Roma Ara pacis 2

Nel 1957 ormai a 38 anni di età era un Reporter a tutti gli effetti, i suoi esorti istituzionali non gli appartenevano più e da Giapponese sentì la necessitá di raccontare a 13 anni di distanza la più grande tragedia della storia che mai abbia colpito il suo paese: la bomba atomica esplosa ad Hiroshima. E questa credo che sia la parte più intensa di tutta la sua produzione. Domon Ken ha realizzato ad Hiroshima circa 7000 scatti nel corso di diversi suoi viaggi tra le rovine e tra i sopravvissuti alla tragedia, qui nella mostra ne vediamo una ventina.

"Paziente in ospedale", 1957, dalla serie "Hiroshima" 457 x 560 mm. (Ken Domon Museum of Photography)

“Paziente in ospedale”, “Hiroshima”
1957
(Ken Domon Museum of Photography)

La cosa che sconvolge l’osservatore è il fatto che anche in questo caso, l’Autore non ci racconta la tragedia con il sangue, con i morti, con la distruzione. Riesce sempre ad avere uno stile pulito, mai falso, ma riesce a parlarci della speranuza che pian piano la gente ricominciava ad avere dopo la tragedia. Ci parla di ferite ben visibili ma rimarginate, ci parla degli orrori e delle ustioni ma anche delle ricostruzioni in chirurgia plastica, ci parla di un padre sopravvissuto e sfigurato ma felice e sorridente che tiene in braccio suo figlio nato sano. Hiroshima è quindi la serie della speranza, ma subito dopo sarebbe arrivata la malattia dalla quale lui stesso uscì grazie alla sua visione positiva del mondo.

"La morte di Keiji", 1957, dalla serie "Hiroshima" 457 x 560 mm. (Ken Domon Museum of Photography)

“La morte di Keiji”, 1957, dalla serie “Hiroshima”
457 x 560 mm.
(Ken Domon Museum of Photography)

imageArrivò la prima emorragia celebrale, arrivò il primo colpo di arresto della sua carriera fotografica, ma non smise di fotografare e andò avanti continuando a scattare le sue foto nonostante tutto. Fu questo un lungo periodo di 15 anni nei quali andò a realizzare i ritratti dei suoi amici, altri artisti e intellettuali della scena giapponese. La selezione dei soggetti andò a cascata: lasció un pennarello su una porta dentro casa e gli amici che andavano a trovarlo gli scrivevano man mano una lista sempre più lunga di altre persone da aggiungere al suo lavoro.

In seguito alla seconda emorragia celebrale finì sulla sedia a rotelle ma non perse la sua voglia nè la forza di fotografare il suo Giappone. Continuó quindi il suo lavoro ma cambiando radicalmente le modalità di eseguirlo, i soggetti, la tecnica, lo stile. Per ovvi motivi logistici legati alla sua condizione di semi-infermità, riprese a scattare con il suo banco ottico (nella vita ogni capacità acquisita non è mai fine a sè stessa) e il cavalletto, facendosi montare il tutto dai suoi Assistenti ad una altezza compatibile con il suo punto di vista ormai ribassato rispetto alla media.

imageL’ultima parte della sua produzione fotografica è stata una ricerca sui luoghi sacri giapponesi, sui giardini tradizionali, sui dettagli di statue sacre. Continuò a scattare con nuove modalità, un nuovo stile, stavolta molto più rallentato, universale. In quest’ultimo periodo le sue immagini hanno perso il dinamismo coinvolgente del reportage e si sono evolute nello still life e nella fotografia di architettura che richiedono pazienza, studio, (sono pochi i Fotografi che abbiano la voglia di ristudiare il proprio stile).

Dopo la terza emorragia celebrare è finito in coma e ci è rimasto praticamente per gli ultimi 12 anni della sua vita senza mai riprendersi. Da quel momento la natura ha avuto il sopravvento sulla sua voglia di fotografare, sulla sua possibilità di farlo.

Questa è la storia di un fotografo-eroe, di una persona che non ha mai smesso di evolversi, di chi ha saputo crescere, cambiare genere, ricominciare, rimettersi in gioco. Battuto ma non vinto, ha sempre avuto la forza d’animo di trovare nuovi linguaggi espressivi che lo facessero esprimere con la fotografia.

testi di Roberto Gabriele

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